Amo il mio gatto. E gli ho rovinato la vita

Per prima cosa l’ho strappato a sua madre, l’ho portato via dalle sue sorelle gemelle. L’ho chiuso in una gabbia e caricato su un’auto per trasferirlo a casa mia. Durante il tragitto se l’è fatta addosso per la paura. Gli ho dato una medicina che mandasse via i parassiti, poi gli ho insegnato a fare i suoi bisogni in una scatola di plastica.

Quando è stato abbastanza grande, l’ho portato da un medico perché gli asportasse i testicoli. Ho pagato un professionista per farlo mutilare.

Da più di tre anni lo nutro ogni giorno con cibo in scatola, selezionato, cotto, talvolta addizionato. Lui, un predatore addestrato da millenni di evoluzione, adesso si affila gli artigli su un paletto di corda. A volte lascio entrare di proposito delle mosche dalla finestra, tanto per ricordargli che è nato cacciatore e assassino. Ogni 12 mesi lo sottopongo alla vaccinazione annuale. Lo spazzolo regolarmente, gli faccio mangiare un prodotto che lo aiuti a digerire i suoi stessi peli. Quando era piccolo lo intrattenevo con delle bacchette con in cima una piuma, ora è diventato grasso e pigro, qualche balzo dietro una palla di carta stagnola è il massimo che si, e mi, concede. Gli servo solo acqua in bottiglia, a basso residuo fisso, perché soffre di calcoli urinari da quando aveva pochi mesi.

Non esce mai, troppo pericoloso. Il suo mondo inizia e finisce col perimetro della mia casa, il solo cielo che conosce ha una finestra per cornice. Un ergastolo d’amore e croccantini al salmone.

Quando piove forte mi sembra sinceramente di avergli fatto un favore. Lo guardo dormire al caldo, placido e grasso, senza pensieri. Mi dico che è fortunato ad avermi incontrato. Che mangia più e meglio di miliardi di persone, che se tutto va bene vivrà ancora per lunghissimi anni. Che la sua specie neanche esisterebbe, se gli umani non l’avessero in qualche modo selezionata, differenziata e plasmata a partire dai suoi progenitori indomiti e ferini. Ma a primavera mi pare che riconosca il richiamo dei suoi simili, liberi e quasi selvatici. Quei randagi spelacchiati e magrolini che litigano all’alba e rischiano ogni giorno di morire avvelenati, azzannati, maciullati da una macchina. E allora faccio fatica a vedere il senso. Mi domando se sia stato giusto incatenare la sua natura per renderla compatibile con la vita degli uomini. Negargli la libertà per consentirgli di vivere più a lungo.

Cosa avrebbe scelto lui, se avesse potuto? Cosa mi dicono ogni giorno quei suoi occhi attoniti e mobilissimi?

Io voglio bene al mio gatto quasi come a un figlio. Ma forse gli ho rovinato la vita.

Fonte: questo meraviglioso blog ->unamammagreen.com

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