Vivere sottomessi e felici da “gattolici” praticanti

Alberto Mattioli , giornalista della stampa, ha scritto un libro che non parla dei gatti, ma di chi li ama. Dei “cosiddetti” proprietari in grado di capire l’infinita superiorità di un essere che li avvicina a Dio.

 Alberto Mattioli,  ci regala forse il saggio definitivo sull’essere gattofili. Ne “Il gattolico praticante” in libreria dal 18 aprile (Garzanti, p, 128 euro 15) scopriamo che da un gatto possiamo imparare tutto e il tempo con lui non è mai sprecato ma spazio di libertà che ci sgancia da ogni affanno.

L’esistenza del gatto, lei scrive, è la prova dell’esistenze di Dio. Perché?
«Dio ha fatto l’uomo a Sua immagine e somiglianza, ma non gli è riuscito troppo bene. Al secondo tentativo ha centrato il bersaglio con il Gatto. E poi noi poveri agnostici in qualcosa dobbiamo pur credere. Meglio se questo qualcosa miagola».

Quali sono le funzioni del gatto nella nostra vita?
«La rende più piena, più bella, più degna di essere vissuta. Ma il Gatto non è il nostro animale domestico, siamo noi i suoi umani. La casa dove conviviamo è la sua. Però il Gatto trasforma il rientro in una casa vuota nel rientro a casa».

Perché quando siamo con un gatto non desideriamo stare con nessun altro essere vivente?
«Il Gatto è bello, pulito, educato, discreto, elegante, piacevole da guardare. Non dice mai sciocchezze. Non riesco a immaginare compagno migliore».

Alla fine lei fa un elenco di cose che il gatto odia.
«Ogni Gatto ha la sua personalità come l’umano (solo che il Gatto è generalmente più simpatico e meno rompiscatole). Ci sono cose che il Gatto detesta, dai rumori ai luoghi comuni, dall’agitazione agli aspirapolvere. Riconoscerle ed evitarle è il presupposto per quella perfetta sottomissione ai voleri del Gatto che rende migliore la nostra vita».

Ci sono città sotto la protezione del gatto.
«Sì, per ragioni sociali, sentimentali, storiche o letterarie. Io ne ho individuate sei: Parigi, Roma, Venezia, Istanbul, Gerusalemme e Amsterdam».

Come facciamo a non pensarli come nostri figli e a pensare che gli sopravviveremo?
«Uno strazio vero. Ma un modo per consolarsi è adottarne subito un altro. Finché c’è Gatto c’è speranza».

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