Ai WeiWei, il lato felino dell’artista cinese: «I gatti mi hanno insegnato le cose belle della vita»

Ai Weiwei, artista cinese e attivista per i diritti umani, racconta la sua relazione con i gatti in un’intervista online sul New York Times. Una storia di rispetto e amore, condita da una passione che arriva da lontano, quando era bambino, passando per il primo micio che aveva acquistato fin quando non ha deciso di adottarne altri da rifugi o provenienti da situazioni di maltrattamento.

I gatti e l’arte. E forse proprio in quest’ordine d’importanza, almeno a leggere l’intervista rilasciata dall’artista cinese Ai WeiWei al New York Times intitolata banalmente “Furry Friends” (“Amici pelosi”) e da cui invece traspare tutta la potenza della relazione tra gli animali e l’attivista di Pechino che ha dedicato la sua vita e la sua opera ai diritti umani.

«I miei gatti pensano di essere molto importanti. Vogliono sempre dormire al centro del mio letto o mettersi sulla mia spalla e devo davvero negoziare con loro. Ma mi portano tanta gioia», racconta Weiwei a Alice Newell-Hanson, la giornalista che ha realizzato l’intervista centrata proprio sul rapporto dell’artista cinese con i gatti che hanno sempre fatto parte della sua vita. «Quando ero piccolo a Shihezi, negli anni 60, non si vedevano famiglie con animali domestici, perché il Comunismo è contro la proprietà privata e qualsiasi tipo di compassione all’epoca era considerato discutibile. Gli animali erano valutati solo come strumenti per la produttività, come nel caso degli asini e dei cavalli, o per la loro carne … Quando ho aperto il mio studio a Pechino nel 2000, però, la prima cosa che ho fatto è stata comprare un gatto e mi sono preso cura di lui per 20 anni», continua Weiwei in quella che diventa la sua prima biografia dal punto di vista non delle battaglie politiche o dei lunghi anni in carcere ma da quello della condivisione della propria vita con un animale domestico.

In quello studio di gatti in totale ce ne sono stati anche 30 contemporaneamente e l’artista spiega che mentre il primo lo aveva comprato, tutti gli altri provenivano da “rescue”: animali presi dai rifugi o trovati in stato di abbandono. C’è anche un passaggio nell’intervista relativo all’abitudine ancora esistente in alcune regioni del Sud della Cina di mangiare carne di cane o gatto: «A Guangzhou si mangia un piatto chiamato “Drago e Fenice” che contiene carne di gatto e di serpente e nel 2009 ho fatto parte di un’associazione che si chiama China Small Animal Protection con cui ho condotto delle azioni di recupero tra cui ho partecipato al sequestro di un camion che aveva a bordo 400 mici stipati in piccole gabbie. Mi sono preso cura di 40 di loro: non importa con quanti gatti vivi, ognuno ha la sua personalità».

L’artista cinese chiude la sua storia personale di relazione con i gatti sottolineando che ha imparato tanto dagli animali: «Gli esseri umani sono così razionali. Siamo definiti dalla nostra conoscenza e questo blocca le nostre emozioni e la comprensione di noi stessi. Ma chiunque apra la mente o il cuore ai gatti può sperimentare qualcosa che non può essere trovato nella società umana. Ti insegnano che puoi avere una vita felice senza sapere nulla. Si prendono cura di se stessi e si divertono da soli. Essere un individuo, essere contenti di sé: queste sono belle qualità per una vita».

fonte: www.kodami.it